di Francesca Cecchini
“Danzerai con le tue scarpette rosse fino a che non diventerai come un fantasma, uno spettro, finché la pelle non penderà sulle ossa, finché di te non resteranno che visceri danzanti”. La donna scheletro danza con le sue scarpe rosse sul palco del Teatro di Figura di Perugia
Nell’ambito della rassegna Open Space 15, al Teatro di Figura di Perugia, promossa in collaborazione con Corsia Of – Centro di Creazione Contemporanea, è andato in scena lo scorso fine settimana (28 novembre) Scarpe Rosse x Donna Scheletro. Di e con Chiara Meloni e Massimo Capuano (Compagnia degli Gnomi), la piéce è la prima parte della trilogia Confutazioni della teoria del massacro, semifinalista di Premio Scenario 2011.
Sul palco un uomo, tanti uomini, un pescatore (Capuano) e la sua rete, pronta a raccogliere speranze, desideri e ricchezze dal mare; una donna, tante donne, la Donna Scheletro (Meloni); un incontro, il loro, un paio di scarpe rosse (le scarpe del Diavolo, tentatrici e lucenti che rappresentano il desiderio più ambito).
Il pescatore tira su dall’acqua impura e torbida ma, per assurdo, vedremo poi, purificatrice, il tesoro più ambito: la possibilità di rendere un sogno realtà. L’occasione di offrirsi ad un’altra persona, all’amore, alla vita. E’ una donna e mette paura in quanto rappresenta l’unione, l’insieme, l’impavido desiderio di essere amati e di amare. Lei che, in parallelo, sola, percorre un viaggio tutto suo, tentata (simbolicamente) da un paio di scarpe rosse che, una volta indossate, esaltano (ed esasperano) il desiderio di ballare (la propria natura che vuol vincere su tutto).
Storie e favole si incrociano sul palco. Due spiccano, tra le altre, ai nostri occhi di spettatori, quelle di Clarissa Pinkola Estés, Scarpette Rosse e La donna scheletro (da Donne che corrono con i lupi), e i due attori ce le mostrano racchiuse in un vecchio volume che, di tanto in tanto, riaffiora dalle acque, come a ricordare loro e a ricordarci che “ci sono storie più nude, brutali per natura a somiglianza dei nostri squarci interiori e delle nostre ombre, profonde come il tempo”.
La Donna Scheletro/Morte, nella storia originale della Estès è il simbolo del destino, la portatrice di vita (e dunque di morte) e la Meloni, impigliata, liberata, di nuovo impigliata e, ancora, liberata dalla rete (forse simbolo di indecisione e paura che trattiene), la rappresenta in pieno mostrandone, anche a più ampio spettro, gli opposti che combattono dentro di lei: fragilità e forza, frivolezza e solennità, tormento e passione, volontà e timore. Non si può non opporre resistenza, d’altra parte, al lato “oscuro” dell’amore: l’unione di due persone porta necessariamente alla fine delle illusioni. Nel momento esatto dell’accettazione del sentimento, inevitabilmente, si chiude l’ebbrezza del desiderio, muore il sogno di avere qualcosa dall’altra persona e arriva la cruda e nuda realtà della relazione che sta crescendo. L’accettazione è, dunque, morte e rinascita. E’ conoscenza. E, per confrontarsi con questa “rinascita”, occorre molto più coraggio che nella fase dell’innamoramento.
La Donna Scheletro si lascia “addomesticare” da un uomo, dall’uomo che lei sceglie, che, a sua volta, riesce a vincere le proprie paure man mano che la storia va avanti e la fa tornare “umana”. Una donna scheletro che ritrova la sua anima e che combatte contro le sue “scarpette rosse” vincendo la maledizione dello spirito senza spezzare parte del proprio essere (la bambina della Estés si fa mozzare i piedi dal boia per liberarsi dal “tremendo fato”), se le sfila e continua a camminare a piedi nudi con il suo pescatore.
(fotografia di Fabio Torrico)