Passeggiando per le strade di Torino, sarà per il caldo di quest’estate infernale, o forse l’ansia quotidiana che ognuno di noi si porta dietro come lo zainetto di un bambino in prima elementare, avevo sempre la stessa pallina che mi girava per la testa, come in un flipper. Di certo ero conscio di non essere negli anni Sessanta, né tantomeno negli Ottanta, nonostante si sa, il tempo è ciclico e ogni vent’anni qualcosa rispunta fuori come se le idee fossero quasi pedine di un sogno lucido. Ma no, non stavo sognando, anche se mi pareva di sudare tanto da dissetare il Terzo Mondo, e da semplice uomo mi sono ritrovato a fissare un gruppo di anziani sull’ottantina giocare a carte al tavolo di un bar.
di Daniele Pandolfi
Non avevo idea di come fosse la città di Torino anche a causa del disprezzo sportivo che nutro nei confronti della squadra calcistica che non porta il nome della provincia, ma scorgendo i volti della città qualcosa mi pareva familiare. Nella folla, quell’uomo calvo che si distanziava dagli altri, lì in fondo sulla sinistra. Ero sicuro di averlo già visto, ma come avrei potuto non essendo mai stato altre volte neanche in Piemonte?
Sul momento ho lasciato correre, preso dai soliti giri di rito, foto, storie su Instagram e dopo cena dritto a nanna stremato dalla lunga passeggiata. Eppure non riuscivo a prender sonno e, tablet alla mano, ho cominciato a trastullarmi cercando di trovare la cura per dormire. Eccolo dunque, senza neanche farlo apposta, comparirmi sullo schermo un report del dopoguerra in cui il Duce domandava ad un uomo noto all’epoca per le sue capacità soprannaturali quali sarebbero state le sorti del Bel Paese alla luce del secondo conflitto mondiale. La risposta la conosciamo tutti, ma in pochi conoscono il nome di colui che predisse la nostra disfatta: Gustavo Adolfo Rol, medium sensitivo e poi uomo di scienza. Di Torino non elogiava la Mole o il Palazzo Reale bensì l’aura magica che la cinge tutt’oggi. Non mi è difficile credere che questa città, secondo l’esoterismo, sia la punta del triangolo della magia nera di cui fan parte Londra e San Francisco e anche di quello della magia bianca con Praga e Lione. Discorsi non facili da trattare, visto il rischio di cadere nel ridicolo, perciò mi limito a lasciare un alone di ignoto su quel vecchio che ho intravisto tra le ampie vie della città, che scrutava un gruppo di coetanei, che sembrava essere a pochi centimetri da terra e niente affatto della stessa materia dei viventi. Forse il sole mi stava dando alla testa e per quanto riguarda la foto più importante della mia avventura torinese, indovinate: nel momento clou la macchina fotografica si è spenta.